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L’esperienza col caolino AgriBioClay

E se l’ottima qualità di questa annata fosse dovuta anche alla sperimentazione di un nuovo caolino?
Il caolino è una polvere di argilla che viene nebulizzata sugli olivi, creando una patina bianca che confonde la mosca olearia, protegge dal forte irraggiamento solare e limita la dispersione idrica a livello fogliare.
Quest’anno abbiamo utilizzato il caolino, completamente naturale, di AgriBioClay, seguiti direttamente da chi lo produce. Questo ci ha permesso di sperimentare quantità e sistemi per l’applicazione con lancia, non potendo usare l’atomizzatore data l’altezza degli alberi e la disposizione su terrazzamenti.

Oliveto biologico Tèra de Prie trattato con caolino AgriBioClay nell'Alta Valle Impero

Nell’immagine sopra potete vedere il nostro appezzamento Ciaxe, coperto nella parte alta con un caolino largamente diffuso, utilizzato con un rapporto di 5kg ogni 100l di acqua. Nelle fasce più in basso abbiamo usato 12kg di AgriBioClay ogni 100l di acqua con due passaggi di lancia molto rapidi, lasciando il tempo di asciugare tra una mano e l’altra.

Olive taggiasche a confronto con trattamento di caolino

Qui abbiamo confrontato le olive provenienti dai due test: quelle più verdi sono quelle coperte dall’AgriBioClay. È indubbia la funzione di schermatura nei confronti di calore e siccità.
La qualità dell’annata olearia è confermata dalle analisi chimiche e organolettiche.
Nicola



Come passare da una terrazza all’altra

Lo spazio era un elemento prezioso, più di oggi. Le colline e le montagne erano coltivate ovunque possibile. I terreni ripidi venivano trasformati in lingue di pianura con i muretti a secco.
Un’opera colossale che testimonia l’infinito ingegno dei liguri di un tempo nell’utilizzo delle pietre, anche nel creare percorsi all’interno dei terreni.

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Collegare una terrazza all’altra con una rampa avrebbe occupato spazio e creato danni durante le piogge convogliando l’acqua.
Per mantenere i muretti a secco e facilitare lo spostamento nei terreni, gli ingegnosi liguri applicarono il modello delle scalette in pietra.
Nicola
scaletta in pietra nel muro a secco

scaletta in pietra in Liguria



Meglio le lucciole del diserbante

Alcune considerazioni sugli effetti derivanti dall’utilizzo del diserbante.

Hai mai visto un terreno con l’erba secca, rossastra, abbattuta ma non tagliata?
Molto probabilmente è stato trattato col diserbante.

Economicamente sembrerebbe la soluzione ideale contro le piante spontanee e infestanti.
L’erbicida semplifica molto la gestione dell’oliveto, evitando l’altrimenti necessario sfalcio meccanico e mantenendo pulito l’ambiente di lavoro.
Il concime viene consumato interamente dagli alberi.
La riduzione degli insetti impollinatori non arreca danni alla fecondazione: i fiori dell’olivo, piccoli, bianchi e privi di profumo, si affidano al vento per trasportare il polline.

Nel breve periodo l’eradicazione chimica delle “erbacce” da grandi risultati.

Quali sono però le conseguenze nel lungo periodo?

Noi pensiamo che, oltre all’immissione nella terra e nelle eventuali falde acquifere di elementi potenzialmente nocivi, ci siano ulteriori effetti negativi dati da un sistematico utilizzo di erbicidi:

  • Si espone il terreno al dilavamento. Si indebolisce il già fragile e ripido suolo della Liguria di Ponente. Più frane, più manutenzione, meno bellezza.
  • Si distrugge un habitat e si sfrattano i suoi abitanti. Addio al miele di tarassaco, al finocchietto selvatico, alle lucciole.

Lucciole tra gli olivi in campagna di notte, foto in lunga esposizione

  • Oltre agli impollinatori si cacciano anche insetti predatori di parassiti dell’olivo. Probabilmente non vi fossero i nemici dei nemici dell’olio di qualità, i produttori sarebbero costretti ad aumentare ancora le dosi di pesticidi.
  • Toccando un anello, il resto della catena alimentare viene a smontarsi. Niente insetto, niente uccello che lo mangia e così via.

Pensiamo seriamente che l’utilizzo sistematico dei diserbanti vada ridotto anche da parte di chi non segue il metodo biologico. Ha un impatto difficilmente giustificabile.

Ps la foto dell’articolo l’ho fatta in una tiepida sera di giugno 2016, tempo di esposizione 45 secondi. Quelle in foto sono le tracce luminose, ciascuna disegnata da una singola lucciola.
Nicola



Perché è importante potare gli alberi d’olivo

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Ti sei mai chiesto perché si ferisce o addirittura abbatte un albero che potrebbe avere anche qualche centinaio d’anni?
Premessa: ogni varietà di olivo presenta peculiarità che si riflettono nello stile della potatura.

  • La taggiasca lasciata a se stessa cresce come un cespuglio, raggiungendo altezze ragguardevoli. Un albero gigante, sicuramente maestoso, diventa molto pericoloso durante la raccolta delle olive: ci si può trovare in cima ad un fusto alto una decina di metri, cresciuto sul bordo di un terrazzamento alto tre o quattro metri.
  • Oltre al pericolo, subentra il fattore tempo: a parità di fattori, ci vuole meno a raccogliere la stessa quantità di olive da terra che arrampicandosi.
  • La chioma ha poi bisogno di luce ed aria all’interno per limitare lo sviluppo di malattie e per facilitare la raccolta.
  • Un albero anziano e logorato produce meno quindi va fatto ripartire con una potatura di riforma, talvolta da zero allevando un pollone.
  • Idealmente per un apparato radicale deve esserci un solo fusto: un gruppo di tronchi crea la stessa chioma di un singolo vigoroso ma mangia molto di più.
  • Modellare l’albero rimuovendo parti che non fruttificano limita il fenomeno del ciclo biennale di produzione, aiutando l’olivo a produrre ogni anno.

Potatura di riforma di un albero di varietà taggiasca
Tarek e la motosega
Ilmi e la potatura fine nell'oliveto di varietà taggiasca biologico
Nicola



3 Consigli per conservare il tuo Olio Extra Vergine di Oliva

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Il principale nemico dell’olio, che è essenzialmente un grasso, si chiama ossidazione. Essa altera profondamente la struttura chimica comportando la formazione di composti volatili sgradevoli al gusto e all’olfatto.
Ecco tre semplici accorgimenti che permettono di limitare i processi ossidativi, mantenendo al meglio le qualità tanto apprezzate dell’olio extra vergine di oliva:

  1. La luce agisce sulla clorofilla, naturalmente presente dal momento dell’estrazione. La clorofilla si eccita e sprigiona energia, modificando la composizione dell’olio. Nel breve video, l’olio viene lasciato allo scoperto dalle ore 9 alle ore 14 di una splendida giornata di sole (con qualche nuvola sul finire). Il fatto più interessante è come l’olio subisca un cambiamento nel colore molto rapido nella prima mezz’ora di esposizione. L’olio va conservato al riparo dalla luce anche quando è sul tavolo da pranzo.

    la luce danneggia l'olio extra vergine di oliva

    A sinistra l’olio extra vergine di olive taggiasche appena fatto, mantenuto al buio. A destra lo stesso esposto alla luce per qualche ora. Dai toni verdi si passa al giallo, quasi arancione.

  2. L’aria contiene ossigeno. Maggiore la superficie di olio a contatto con l’aria, più rapida l’ossidazione. L’olio contenuto in lattina va sempre travasato in bottiglie, avendo cura di riempirle fino al colmo e sigillarle, pronte ad essere utilizzate una alla volta.
  3. Il caldo accelera i processi ossidativi. Mai tenere l’olio vicino ai fornelli. Il freddo può essere dannoso: sotto ai 10 gradi centigradi le componenti iniziano a solidificarsi, partendo dai trigliceridi saturi. Una volta riportato allo stato liquido, l’olio che è stato ghiacciato ossida più velocemente. La temperatura di conservazione ideale è compresa tra i 14°C e i 18°C.

Seguendo questi semplici consigli regaleremo lunga vita ad un prodotto che amiamo per le sue qualità gustative, nutrizionali, di rispetto per l’ambiente e di supporto per la cultura contadina.
Nicola



Caolino, secondo tempo

Anche quest’anno abbiamo scelto il caolino per difenderci dalla mosca olearia. Il post della scorsa stagione, video incluso, ha sollevato non poca curiosità da parte di colleghi olivicoltori. 
   

Sebbene l’esperienza sia troppo ridotta per un resoconto fondato, possiamo aggiungere quattro considerazioni che potrebbero essere utili a chi, come noi, cerca soluzioni compatibili con il metodo biologico:

  1. Si dice che il caolino crei uno scudo fisico sull’oliva, una sorta di crosta d’argilla che rende impossibile l’ovideposizione. Abbiamo notato che in realtà la polvere d’argilla fa fatica ad aderire ai frutti mentre copre facilmente le foglie. Iniziamo a pensare che il principale effetto contro la mosca sia quello di rendere la pianta irriconoscibile alla sua vista.
  2. L’anno scorso, nonostante le avversità climatiche e la grande presenza di mosca olearia, siamo riusciti comunque a produrre olio di ottima qualità. Forse anche grazie al caolino.
  3. Deve piovere davvero tanto per lavare via il caolino.
  4. Una volta dato, si diventa l’attrazione della valle – in zona lo usiamo solo noi – e lo zimbello dei più scettici tradizionalisti.

  
Siamo molto curiosi di vedere il risultato a fine stagione sull’oliva taggiasca tanto amata.

Il clima al momento gioca a favore: la mosca ha l’optimum di sviluppo a 22º, ben al disotto di questa torrida estate.
Ps – se percorrete la statale che da Imperia va in Piemonte, dal viadotto dopo Chiusavecchia potete ammirare uno dei nostri terreni imbiancati.
  
Nicola



L’infinito ingegno dei Liguri con le pietre

Più la montagna era ripida, più l’acqua scorreva rapida, più affioravano le rocce e meno spazio c’era per coltivare.
Accadeva così che l’ingegno dei vecchi di Liguria si affinasse, portandoli ad ideare soluzioni architettoniche veramente curiose e sorprendenti.

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Dai canali idrici nascosti nei muri a secco agli archi tra le rocce…con un solo materiale a disposizione: pietre raccolte e spaccate in loco.
Non è un caso se l’olivicoltura ligure è detta “eroica”.
Nicola
muri a secco in Liguria



Annata olearia finita!

Con la fine del 2014 anche l’annata olearia è giunta al termine. Un’annata difficile, a causa della scarsa produzione unita all’intensa presenza della mosca olearia, favorita dalle temperature fresche della passata estate. Abbiamo lottato, imbiancato -col caolino- gli alberi per riuscire a ottenere comunque il nostro amato olio extra vergine biologico.
Poiché la quantità prodotta è modesta e i costi sostenuti per garantire la qualità elevati, siamo costretti ad aumentare leggermente i prezzi dell’olio.
Nicola

muro a secco azienda agricola biologica Liguria



Bianco Caolino e la Mosca Olearia

L’annata corrente ha avuto un clima orribile per la Liguria. Prima delle alluvioni di novembre -che hanno colpito sia le olive che il territorio-, il maltempo della stagione estiva ha favorito il proliferare della mosca olearia, che ha un optimum di sviluppo intorno ai 22ºC.
In un’annata di “scarica” -con poche olive- come la presente, le mosche si sono concentrate sui frutti disponibili.

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Per correre ai ripari, in agosto abbiamo deciso di utilizzare il caolino, una roccia clastica della famiglia delle argille.

È una tecnica innocua: funziona come barriera meccanica alle punture e il colore sulle foglie confonde la mosca che non riconosce l’albero.

Uliveto trattato con caolino in liguria

È però una tecnica costosa, che va ripetuta in caso di forti piogge.

Wp surround caolino sulle olive taggiasche

Poiché alle nostre altitudini l’uso del caolino è quantomeno inconsueto, abbiamo suscitato la curiosità degli abitanti dei vicini Borgomaro, Aurigo e Poggialto che hanno sviluppato ipotesi e teorie su cosa potesse essere quel candido manto.

Nicola



Perché nelle olive in salamoia c’è l’acido lattico?

Sull’etichetta delle nostre olive taggiasche biologiche in salamoia c’è scritto “acido lattico E270“.
Un amico ci ha chiesto il motivo, sottolineando come olive di un altro produttore non riportassero la stessa dicitura.

Facciamo un passo indietro, nel momento in cui le olive, scelte, vengono messe in salamoia.
olive taggiasche nella cassetta
Nel fusto, insieme alle olive, uniamo acqua, sale marino e timo raccolto in giornata. Siamo fortunati: cresce proprio in cima alla campagna dove c’è il frantoio.
Prima di sigillare il fusto, cerchiamo di evitare la presenza di bolle d’aria introducendo CO2.
L’anidride carbonica non serve a rendere la salamoia frizzante ma a ridurre l’ossigeno e limitare lo sviluppo della flor: quel velo bianco -che i nonni liguri chiamavano maire (madre)- formato da batteri e muffe. La flor può portare a fermentazioni incontrollate e difetti. È come utilizzare uno smartphone bendati: puoi chiamare un amico, attivare il roaming all’estero o pubblicare un selfie benda inclusa.
Messa in sicurezza la salamoia, sigillato il fusto, nei mesi seguenti si innesta il naturale processo di fermentazione lattica: dai pochi zuccheri presenti si produce una modesta quantità acido lattico che, insieme al sale, conserva le olive.
Per assicurare un prodotto costante nel tempo, durante la lunga fermentazione -almeno 6 mesi- misuriamo il Ph della salamoia. Al momento del confezionamento aggiungiamo, se necessario, alcune gocce dello stesso acido lattico, chiamato commercialmente E270. Viene prodotto in modo naturale, ad esempio, con la fermentazione della melassa.
Un Ph di 4.0 ci permette di proporvi un prodotto sicuro e stabile, prevenendo in modo naturale lo sviluppo della flor.
In conclusione: tutte le olive in salamoia prodotte in modo naturale e tradizionale contengono acido lattico. Ulteriore acido lattico o citrico può essere aggiunto per stabilizzare la salamoia.
Mantenere un Ph diverso da quello ottimale equivale all’uso dello smartphone con una benda sugli occhi.

Nicola



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